I registri necroscopici di Palermo (1881-1953)

Una fonte seriale per la genealogia, la storia demografica e la medicina storica

Chi fa ricerca genealogica su Palermo conosce bene gli atti di morte dello stato civile. 

Molto meno noti sono i registri che il Comune compilava in parallelo, a ogni decesso, sulla base della visita del medico necroscopo. Sono conservati all’Archivio Storico Comunale sito in via Maqueda al n. 157 e coprono gli anni dal 1881 al 1953. 

In questo articolo indago cosa contengono, perché meritano l’attenzione di chi ricostruisce una storia familiare; illustro anche come si possono usare con profitto.

Una fonte rimasta ai margini

Nella pratica quotidiana, la ricerca di un antenato palermitano morto tra Otto e Novecento segue quasi sempre lo stesso percorso: si individua l’anno, si consulta l’indice decennale o annuale dello stato civile, si arriva all’atto di morte. 

Da qualche anno buona parte di questo lavoro si può fare da casa, grazie alle immagini pubblicate sul Portale Antenati. Il risultato è che molte ricerche si fermano lì, all’atto di morte, considerato il punto d’arrivo naturale per quanto riguarda il decesso di una persona.

I Registri necroscopici restano fuori da questo percorso per ragioni in parte pratiche e in parte di percezione. Pratiche, perché non sono ancora stati digitalizzati e vanno consultati in sala di studio. Di percezione, perché a prima vista sembrano documenti di natura sanitaria e amministrativa, utili al più allo storico della medicina. 

In realtà, per chi fa genealogia, sono una fonte di densità informativa notevole, che spesso completa l’atto di stato civile e in qualche caso lo corregge.

Via Maqueda 157: il luogo e le date

L’Archivio Storico Comunale di Palermo ha sede nell’ex convento agostiniano di San Nicolò da Tolentino, in via Maqueda. Il suo cuore è la Sala Damiani Almeyda, dal nome dell’architetto Giuseppe Damiani Almeyda che la progettò. L’anno di partenza di questa ricerca, il 1881, coincide con la progettazione e l’avvio dei lavori della sala: una data che ha quindi un valore simbolico per l’istituto, oltre che documentario.

Il 1881 segna anche una fase di maturazione dell’amministrazione comunale postunitaria. A vent’anni dall’Unità d’Italia, la registrazione dei decessi non rispondeva più soltanto a un’esigenza burocratica: era diventata uno strumento di controllo sanitario e una base per le statistiche sulla mortalità urbana, che in una città esposta alle epidemie come Palermo avevano un peso concreto nelle decisioni pubbliche.

Il limite superiore, il 1953, si raccorda con la chiusura delle serie documentarie dell’Archivio Storico Comunale, che conserva documentazione organica fino al 1957. Sono dunque più di settant’anni di registrazioni continue, o almeno tendenzialmente continue.

Registro necroscopico e atto di morte: due documenti diversi

La distinzione è il punto di partenza di tutto il discorso. 

L’atto di morte è un atto giuridico: lo redige l’ufficiale di stato civile sulla base di una dichiarazione, e il suo scopo è certificare che una persona ha cessato di esistere per la legge. 

Il registro necroscopico nasce, invece, dall’accertamento del medico incaricato dal Comune di visitare il defunto. Il suo scopo è sanitario: stabilire che la morte è avvenuta, quando, dove e per quale causa.

I due documenti rispondono quindi a domande diverse e sono prodotti da persone diverse, in momenti diversi. Da qui nascono le discrepanze che il ricercatore incontra di frequente: un’età dichiarata in modo diverso, un cognome trascritto con una grafia alternativa, un’ora di morte che non coincide. 

Queste differenze non vanno considerate errori da scartare. Sono informazioni: segnalano che almeno una delle due fonti si è basata su notizie imprecise, e obbligano a cercare una terza fonte che permetta di decidere.

Che cosa si trova in una registrazione

Accanto ai dati anagrafici del defunto (nome, cognome, età, paternità), il registro riporta l’ora e il luogo del decesso, la causa di morte accertata, il nome del medico visitante e, in molti casi, il quartiere o la sezione anagrafica di appartenenza. È indicato anche il luogo di sepoltura e il costo del carro pagato per il funerale.

Ciascuno di questi elementi ha un’utilità specifica. La paternità permette di distinguere gli omonimi, che in una città grande come Palermo, e con la ricorrenza di pochi nomi di battesimo dentro le stesse famiglie, sono la regola più che l’eccezione. 

Il quartiere o la sezione anagrafica colloca il defunto nello spazio urbano e indica dove cercare nei registri di popolazione e nei fogli di famiglia. La causa di morte è ovviamente il dato che interessa la storia della medicina, ma per il genealogista ha un valore ulteriore: aiuta a capire perché una famiglia perde più figli nello stesso anno, o perché un capofamiglia scompare giovane lasciando una vedova che si risposa.

Il luogo di sepoltura è un’indicazione preziosa per chi vuole proseguire la ricerca nei registri cimiteriali o cercare una tomba. A Palermo i cimiteri sono quattro, escluse le catacombe dei Cappuccini. Si tratta del cimitero di S. Maria dei Rotoli, del cimitero Santo Spirito già Sant’Orsola, del cimitero S. Maria di Gesù e del cimitero dei Cappuccini, posto al di sopra delle omonime catacombe.

Il costo del carro, infine, è un dato che raramente si trova altrove. Va letto con prudenza, ma è plausibile che possa funzionare come indicatore della condizione economica della famiglia al momento del lutto: un elemento che l’atto di stato civile, con la sua formula standard, non restituisce.

Un esempio di registro necroscopico del 14 settembre 1949. (foto mia)

Settant’anni di mortalità urbana

Negli anni Ottanta dell’Ottocento il colera colpiva ancora la città: l’ondata più grave fu quella del 1885, con strascichi negli anni successivi. Le stime dei decessi palermitani variano sensibilmente tra le fonti e andranno verificate sul saggio statistico di Maggiore Perni (1894). Nel 1911 il colera tornò e, a partire da giugno, si diffuse nei principali porti italiani cominciando proprio da quello di Palermo, favorito dal movimento degli emigranti diretti oltreoceano. Seguì la pandemia influenzale del 1918-1920, la cosiddetta Spagnola, che in Italia colpì soprattutto tra il 1918 e il 1919: la Sicilia fu, dopo la Lombardia, la regione con il maggior numero di morti, circa 30.000. Infine la Seconda guerra mondiale. Palermo fu bombardata a partire dal giugno 1940, ma fu nel 1943 che le incursioni divennero massicce: alleate fino ai primi di luglio, tedesche nei mesi di luglio e agosto, con il raid alleato del 9 maggio come episodio più distruttivo.

Nei registri è ragionevole attendersi che questi eventi si leggano in più modi. Chi cerca un antenato morto nel 1885 o nel 1943 deve mettere in conto questa possibilità.

Lo stesso vale per i periodi in cui le autorità avevano interesse a non dichiarare apertamente un’epidemia, come accadde con il colera del 1911, che il governo Giolitti scelse di nascondere (Snowden, 1995). In quei casi la causa scritta nel registro potrebbe non corrispondere a quella reale, e solo l’analisi dell’intera serie, non della singola voce, può far emergere un andamento anomalo.

Il metodo: incrociare le fonti

Il valore dei registri necroscopici emerge pienamente quando vengono messi in relazione con le altre fonti conservate sia all’Archivio Storico Comunale sia all’Archivio di Stato di Palermo: registri anagrafici, liste di leva, censimenti, atti notarili. Il percorso tipico parte dall’atto di morte, che fornisce la data certa. 

Dalla data si risale alla registrazione necroscopica, che aggiunge paternità, quartiere, causa di morte e sepoltura. Il quartiere orienta la ricerca nei registri di popolazione, dove la famiglia compare nel suo insieme. Le liste di leva, per i maschi, forniscono dati fisici, professione e residenza a vent’anni. 

Gli atti notarili, infine, documentano i passaggi di beni e spesso nominano parenti che nessun’altra fonte registra.

Un esempio, costruito a scopo illustrativo e non tratto da un caso reale, aiuta a capire. Supponiamo di cercare un certo Giuseppe, morto a Palermo in un anno noto, di cui si sa soltanto il nome del padre. Gli indici dello stato civile restituiscono tre uomini con lo stesso nome e cognome morti quell’anno, di età simili. 

Se gli atti di morte non bastano a distinguerli, la registrazione necroscopica può farlo: la paternità, il quartiere e il luogo di sepoltura sono tre elementi indipendenti che raramente coincidono per due omonimi. Una volta individuato il Giuseppe giusto, il quartiere permette di trovare la famiglia nei registri anagrafici e di proseguire la ricostruzione con un grado di accuratezza che altrimenti non si raggiungerebbe.

Restano alcune cautele. L’età riportata è spesso approssimata, soprattutto per gli anziani. La grafia dei cognomi dipende da chi scrive e da come ha sentito il nome. La causa di morte dipende dalla preparazione e dal tempo a disposizione del medico. Nessuno di questi dati va preso come definitivo da solo: il registro necroscopico è una fonte da confrontare, non da sostituire all’atto di stato civile.

Per chi cerca le proprie origini dall’estero

Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento moltissime famiglie palermitane e siciliane emigrarono verso le Americhe e verso altri paesi europei, spesso partendo proprio dal porto di Palermo. I loro discendenti conoscono di solito il nome dell’antenato emigrato, qualche volta il paese d’origine, raramente molto di più. Chi è rimasto, invece, è morto in Sicilia, e a Palermo la sua morte è registrata due volte: nello stato civile e nel registro necroscopico.

Per una ricostruzione transatlantica, i registri necroscopici permettono di documentare i genitori, i fratelli e le sorelle rimasti in città, di collocarli in un quartiere e di capire in quali condizioni vivevano. 

Sono spesso proprio questi parenti rimasti a dare coerenza alla storia di chi è partito.

In conclusione

Questo articolo dimostra che i registri necroscopici di Palermo sono un patrimonio documentario ancora in gran parte inesplorato dalla comunità genealogica, italiana e internazionale. Non sostituiscono le fonti tradizionali, ma le arricchiscono e in qualche caso permettono di risolvere problemi che con il solo stato civile resterebbero aperti. La loro valorizzazione passa per tre passaggi: conoscere lo stato reale della serie, renderla accessibile con una digitalizzazione e un’indicizzazione fatte con criterio, e costruire un rapporto stabile tra chi conserva questi documenti e chi li studia.

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